DALLA “FAME” DI CONTE
ALLA “GESTIONE” DI MAX

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Jacopo CasoniC’era una volta la Juve da battaglia, quella sempre sul pezzo, mai distratta, col motore su di giri dall’inizio alla fine. C’era una volta la Juve di Conte. Le parole d’ordine erano “fame”, “cattiveria”, roba così. Adesso il termine più usato da chi siede in panchina è “gestione”, della palla, del ritmo, della partita. Una rivoluzione che va oltre quella tattica. Nei piani di Allegri, il cambio di mentalità e di approccio dovrebbe consentire alla squadra di acquisire maggior consapevolezza delle proprie potenzialità, una sicurezza un po’ spocchiosa, una capacità di interpretare i diversi momenti della gara, di capire le partite e tenerle in pugno.
Eppure, a questa Juve non conviene abbassare il minimo, rischi che si spenga al semaforo. E’ successo contro il Napoli in Supercoppa, è ricapitato allo Stadium contro l’Inter. Viveva sui nervi la Juve, il relax consapevole e maturo di Allegri non riesce ad assimilarlo, finisce per specchiarsi un po’ vanesia dentro uno specchio che Conte aveva lasciato fuori da Vinovo. Pogba, ad esempio, è cresciuto nella qualità delle giocate, ma la ricerca del colpo a volte ne limita la concretezza. Difficile che Allegri torni sui suoi passi, questo è il suo modo di impostare le squadre che allena: vuole la palla, vuole il controllo, la “gestione”. Ma così rischia qualcosa, nonostante resti favorito per il titolo, nonostante il gap tra la Signora e le altre si mantenga piuttosto marcato.
Il primo tempo della partita con l’Inter lo ha confermato, la Juve è una squadra superiore, un paio di gradini sopra al resto. Con Conte, però, quei 45 minuti li avrebbe chiusi sul 3-0, dicono i detrattori di Allegri o i nostalgici di Antonio. Non l’ha chiusa, è stata tenera, un po’ superficiale, poco “cattiva”. Tornano quelle parole diverse, un cambio di lessico che stravolge tutto, il tentativo legittimo ma un po’ audace di imporre la propria lingua a chi ne parla un’altra.
Mancini si è addolcito con gli anni, ma è un altro che, come Conte, alle parole mette addosso chili quando serve che pesino. Non è ancora riuscito a spiegarsi senza urlare, ci vuole sempre un intervallo a decibel elevati perché l’Inter entri in partita. Ma è cambiata la musica, è una squadra aggressiva, a tratti feroce nel pressing, con un’autonomia scarsina ma che comincia ad assomigliare al Mancio, uno che da giocatore rincorreva i compagni per il campo se solo osavano abbassare la guardia per un secondo.
Non è detto che per vincere si debba giocare sempre a mille, non è detto che per essere vincenti sia necessario l’atteggiamento da duro. Di esempi che confutano questa tesi ce ne sono e parecchi, Ancelotti su tutti; certo è che dipende dal contesto e dai giocatori che ti trovi ad allenare. L’impressione è che questa Juve sia ancora quella di Conte, nonostante la difesa a quattro e qualche altro accorgimento tattico, che cioè sia capace di giocare in un solo modo, con l’acceleratore pigiato dalla partenza all’arrivo. Sembra che la svolta di Allegri l’abbia snaturata, nonostante l’approccio soft, la pazienza, il tempo che si è preso per farla digerire ai suoi. Il fatto che possa essere quella opportuna per acquisire un maggiore spessore europeo, per cambiare spartito e provare a non scomporsi troppo di fronte a squadre di un certo livello, è tutto da verificare. Per ora c’è un campanello d’allarme, c’è la Roma a un punto, c’è una coppa lasciata per strada, c’è soprattutto una nostalgia canaglia che torna a farsi viva, nonostante il tradimento estivo, nonostante tutto.

Jacopo Casoni

7 gennaio 2015