MILANO FUORI DA TUTTO
SAREBBE LA PRIMA VOLTA

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Jacopo CasoniPartiamo da un dato, roba solida, concreta. Se Milan e Inter dovessero accomodarsi sul divano insieme, a guardare con invidia le italiane di scena nelle coppe europee, sarebbe la prima volta da quando si può parlare di coppe con cognizione di causa, da quando nacque quella “dalle grandi orecchie”, nel 1955. Preistoria calcistica, insomma. E lo scenario si sta materializzando, anzi diciamolo bene: salvo miracoli, andrà così, le milanesi fuori da tutto e ciao, arrivederci alla stagione successiva. Peccato che, ad aggiungere rammarico e tristezza vera a questo capitombolo rossonerazzurro, c’è anche la finale di Champions a San Siro. Oltre al danno, la beffa.
Difficile, però, sorprendersi più di tanto. Il momento è quello che è, fatto di fibrillazioni societarie, risse interne, occhi a mandorla, soldi zero e talento sotto la soglia minima. Giusto per sintetizzare. La Milano del pallone è sparita in un buio inquietante, buono per un film horror, con la porta, quella che dà sul calcio che conta, che cigola e poi sbatte. Chiusa a doppia mandata, mentre fuori c’è il sole e dentro le mura (spagnole) non si vede uno spirgalio che sia uno. Resta il derby, pensa te. Resta un campionato tutto loro, con la suspance che si limita a una gara tra zoppi per vedere chi finisce davanti.
In realtà, qui ha meno da perdere Inzaghi, anche perché non è che gli resti molto da salvare. La panchina è già un ologramma, a fine anno si cambia e le rassicurazioni di Galliani sembrano coltellate alle spalle più che carezze. Poi è un novizio, di alibi ne ha più di qualcuno, compreso il fatto che la rosa a disposizione non sia all’altezza di quella dei cugini. Non che di là giochi Pelè, però a gennaio è arrivato uno come Shaqiri, il centravanti ha un feeling con la porta  che dalle parti di Milanello non raggiungi neanche mettendo insieme tutti gli attaccanti a disposizione (al netto dei rigori di Menez), il centrocampo ha almeno un senso anche se è l’efficacia a latitare. Delle difese è meglio non parlare, in questo caso il Naviglio unisce più che dividere. Ma l’Inter ha Mancini, uno che il mestiere lo conosce bene, uno che ha vinto, sa come si fa perché è da un po’ che si cimenta con l’articolo. E’ per questo che se i nerazzurri arrivassero dietro sarebbe un fallimento vero, definitivo, certificato.
Stiamo parlando di roba piccola, però, non chiamiamole soddisfazioni. Siamo comunque di fronte alla tv, con ogni probabilità, nell’anno della finale in casa; seduti sul divano, con una cassa di birra comprata facendo la mezza e buona per anestetizzare la delusione, scordarsi che la realtà è proprio questa. E di fatto non è mai capitato. Butta giù un sorso, che è meglio.

Jacopo Casoni

26 marzo 2015