SI GIOCA IN UNDICI
MA SI VINCE IN VENTIDUE

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Jacopo CasoniPensieri sparsi su una serata strana. Il Napoli ha vinto, l’aritmetica non perdona, ne ha fatto uno in più e tanto basta. Il Napoli gioca bene, ha un allenatore che lavora con i droni, che durante le partitelle a Castelvolturno è tutto un fischio, “fermi lì, il terzino è un centimetro indietro rispetto allo schema…”. L’Inter ha perso, nonostante tutto, due pali e un tempo in dieci giocato come se si fosse in undici. L’Inter che gioca a modo suo, concede anche se i numeri dicono che prende meno gol di tutti (a pari del Napoli), ma quando si accendono i suoi solisti è capace di illuminare a giorno anche una notte senza luna.
Squadre diverse, tecnici agli antipodi, anche se Mancini comincia a mettere il freno a qualcuno dei suoi e Sarri inizia a dare la giusta importanza all’anarchia, quella “buona”. Un punto le divide, uno solo. Per mesi si è insistito sul fatto che l’Inter avesse fortuna, che fosse solida sì, ma che i pochi gol presi e i tanti punti messi in cascina fossero frutto del caso, almeno un po’. Lunedì sera questa tesi ha sbattuto contro un palo, anzi due. I nerazzurri hanno regalato un tempo al Napoli, ma dopo il rosso a Nagatomo hanno trovato la giusta dimensione: solidità assoluta (disattenzione sul raddoppio di Higuain a parte), centrocampo quadrato e cattivo, attaccanti capaci di sfruttare gli spazi e le proprie peculiarità. Tradotto: forse non era la partita di Icardi, probabilmente Mancini non se l’è sentita di tenerlo fuori un’altra volta, dopo la panchina con la Roma, e questo è stato il peccato originale. Ma l’Inter ha dato l’impressione di esserci, anche in una serata buona per il naufragio. E questo è un segnale che vale più di tanti successi precedenti.
Sarri, invece, deve resettare tutto. Perché se a Napoli insegui, giochi bene, vinci parecchio ma non sei favorito, è un conto. Se stai davanti, è un’altra storia. Non per altro, la vetta mancava da un quarto di secolo, roba che non sbiadisce nel bianco e nero ma poco ci manca. La ripresa del San Paolo dovrebbe far capire a Sarri che d’ora in poi sarà il caso di lavorare sulla testa. Non è possibile farsela sotto in quel modo, quello che manca è l’abitudine a vincere, l’attitudine mentale che ti porta a interpretare perfettamente ogni ruolo, non solo quello dell’outsider.
Gli undici del Napoli sono superiori, non solo a quelli che può schierare Mancini. Ma conteranno tante cose: la panchina, ad esempio, con quella azzurra un po’ più corta tra difesa e centrocampo; la mentalità (e qui Mancini ha un retaggio diverso rispetto a Sarri e non solo); la capacità di reggere una volata lunga come quella che si prospetta, con i giovedì di Europa League che potrebbero fare la differenza. Se la si guarda da questa prospettiva, l’Inter può sperare, sognare. Se si resta su chi va in campo, sui titolarissimi (che tra l’altro Mancini non ha ancora individuato), l’orizzonte è più cupo. Manca tanto, c’è spazio perché il Mancio risolva i suoi dubbi, perché Sarri guarisca l’isteria partenopea (calcistica, s’intende…). Si vedrà, ma a entrambi manca qualcosa per scappare via. E la Juve, soprattutto lei, spera che continui a mancare.

Jacopo Casoni

2 dicembre 2015